I MITI
E LE LEGGENDE DI SICILIA
La
Sicilia, una delle isole più importanti del Mar Mediterraneo,
è forse la terra che più delle altre offre uno
dei migliori scenari culturali e folcloristici in grado di
provocare nel visitatore grande suggestione ed emozione.
Culla
di passate e varie dominazioni come quella dei remoti Fenici,
Greci e Bizantini e dei “più vicini” Normanni,
Spagnoli ed Austriaci.
Crocevia
di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie
dalle radici che affondano nelle tradizioni greche, nella
religione e nelle più profane credenze popolari.
Queste
sono solo alcune definizioni di tale isola che offre un’alta
concentrazione artistica ed umana dai significati e contenuti
elevati e profondi che contribuiscono ad aumentarne il fascino
e la magnificenza.
Contribuiscono
ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, inoltre,
la sua storia millenaria, il fatto d’essere la patria
di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti, le sue tradizioni
ed i suoi valori.
Se
a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche
ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne,
lo splendore dei suoi monumenti, la bontà della sua
cucina e la cordialità e forte senso dell’ospitalità
dei suoi abitanti, si evince che la Sicilia offre uno scenario
complessivo davvero unico nel suo genere.
Le
leggende ed i miti profani
La storia di Aretusa
Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, amica della dea Diana,
fu trasformata da quest’ultima in una fonte di acqua
dolce che sgorga lungo la riva bagnata dalle acque del porto
grande di Siracusa.
La
metamorfosi fu attuata per sottrarre la timida ninfa alla
corte del dio Alfeo. Costui, però, è la divinità
fluviale, quindi scorrendo sotto le acque del mare Egeo, arriva
in prossimità della fonte nella quale era stata trasformata
la sua amata per consentire alle sue acque di raggiungere
quelle della fonte stessa e quindi mescolarsi con loro.
In
realtà, Alfeo era un piccolo fiume della Grecia che
effettua un breve tragitto in superficie per poi scomparire
sotto terra.
Quando
i Greci trovarono la piccola sorgente nei pressi della fonte
di Aretusa, trovarono la spiegazione fantasiosa alla scomparsa
del fiume Alfeo in Grecia, che sarebbe riapparso in superficie
in Sicilia.
La
leggenda di Aci e Galatea
Tale
leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di
sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.
Aci
era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna.
Galatea,
che aveva respinto le proposte amorose di Poliremo, lo amava.
Poliremo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo
rivale nella speranza di conquistare la sua amata.
Ma
Galatea continua ad amare Aci.
Nereide,
grazie all’aiuto degli dèi, trasforma il corpo
morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano
lungo i pendii dell’Etna.
Non
lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste
una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo "il
sangue di Aci" per il suo colore rossastro.
Sempre
nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato,
in memoria del pastorello, Aci.
Nell’undicesimo
secolo dopo Cristo un terremoto distrusse il villaggio, provocando
l’esodo dei sopravvissuti che fondarono altri centri.
In ricordo della loro città d’origine, i profughi
vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci al quale fu
aggiunto un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro.
Si spiega così, ad esempio, l’esistenza di Aci
Castello (appellativo dovuto alla presenza di un castello
costruito su di un faraglione che poi fu distrutto da una
colata lavica nell’XI secolo) ed Acitrezza (la cittadina
dei tre faraglioni).
La
storia di Colapesce
Cola
o Nicola è di Messina ed è figlio di un pescatore
di Punta Faro. Cola ha la grande passione per il mare. Amante
anche dei pesci, ributta in mare tutti quelli che il padre
pesca in modo da permettere loro di vivere. Maledetto dalla
madre esasperata dal suo comportamento, Cola si trasforma
in pesce. Il ragazzo, che cambia il suo nome in Colapesce,
vive sempre di più in mare e le rare volte che ritorna
in terra racconta le meraviglie che vede. Diventa un bravo
informatore per i marinai che gli chiedono notizie per evitare
le burrasche ed anche un buon corriere visto che riesce a
nuotare molto bene. Fu nominato palombaro dal capitano di
Messina. La sua fama aumenta di giorno in giorno ed anche
il Re di Sicilia Federico II lo vuole conoscere e sperimentarne
le capacità. Al loro incontro, il Re getta una coppa
d’oro in mare e chiede al ragazzo di riportargliela.
Al ritorno Colapesce gli racconta il paesaggio marino che
ha visto ed il Re gli regala la coppa. Il Re decide di buttare
in mare la sua corona ed il ragazzo impiega due giorni e due
notti per trovarla. Al suo ritorno egli racconta al Re d’aver
visto che la Sicilia poggia su tre colonne, una solidissima,
la seconda danneggiata e la terza scricchiolante a causa di
un fuoco magico che non si spegneva. La curiosità del
Re aumenta ancora e decide di buttare in acqua un anello per
poi chiedere al ragazzo di riportarglielo. Colapesce è
titubante, ma decide ugualmente di buttarsi in acqua dicendo
alle persone che avessero visto risalire a galla delle lenticchie
e l’anello, lui non sarebbe più risalito. Dopo
diversi giorni le lenticchie e l’anello che bruciava
risalirono a galla ma non il ragazzo, ed il Re capì
che il fuoco magico esisteva davvero e che Colapesce era rimasto
in fondo al mare per sostenere la colonna corrosa.
La
storia di Scilla
Scilla,
figlia di Crateide, era una ninfa stupenda che si aggirava
nelle spiagge di Zancle (Messina) e fece innamorare il dio
marino Glauco, metà pesce e metà uomo. Rifiutato
dalla ninfa, il dio marino chiede l’aiuto della maga
Circe, senza sapere che la maga stessa era innamorata di lui.
La
maga, offesa per il rifiuto del dio marino alla sua corte,
decide di vendicarsi preparando una porzione a base di erbe
magiche da versare nella sorgente in cui Scilla si bagna usualmente.
Appena
Scilla si immerge, il suo corpo si trasforma e la parte inferiore
accoglie sei cani, ciascuno dei quali con una orrenda bocca
con denti appuntiti. Tali cani hanno dei colli lunghissimi
a forma di serpente con cui possono afferrare gli esseri viventi
da divorare.
A
causa di questa trasformazione, Scilla si nasconde in un antro
presso lo stretto di Messina. Decide anche di vendicarsi di
Circe privando Ulisse dei suoi uomini mentre lui stava attraversando
lo stretto. Successivamente ingoia anche le navi di Enea.
La
leggenda vuole che Eracle, attaccato dalla ninfa mentre attraversa
l’Italia con il bestiame di Gerione, la uccide, ma il
padre della ragazza riesce a richiamarla in vita grazie alle
sue arti magiche.
Il
suo nome ricorda “colei che dilania”. Insieme
a Cariddi, per i greci impersona le forze distruttrici del
mare. Queste due divinità, localizzate tra le due rive
dello stretto di Messina, rappresentano i pericoli del mare.
La
storia di Cariddi
Tale
mostro impersona, nell’immaginario collettivo, un vortice
formato dalle acque dello stretto. Tale ninfa mitologica greca
è figlia di Poseidone e di Gea ed era tormentata da
una grande voracità. Giove la scaglia sulla terra insieme
ad un fulmine. E’ abituata a bere grandi quantità
di acqua che poi ributta in mare Anche in questo caso, come
il precedente, il passaggio di Eracle dallo stretto di Messina
insieme all’armento di Gerione è provvidenziale:
quando essa gli rubò alcuni buoi per divorarli, Giove
la colpisce con il fulmine e la ninfa precipita in mare trasformata
in un mostro. Il primo a raccontare questo mito fu Omero spiegando
che Cariddi si trova di fronte a Scilla. Anche Virgilio parla
di Cariddi nel suo poema Eneide.
La
storia della Fata Morgana
La
leggenda ci tramanda che, dopo aver condotto suo fratello
Artù ai piedi dell'Etna, Morgana si trasferisce in
Sicilia tra l'Etna e lo stretto di Messina, dove i marinai
non si avvicinano a causa delle forti tempeste, e si costruisce
un palazzo di cristallo. Sempre in base alla leggenda, Morgana
esce dall'acqua con un cocchio tirato da sette cavalli e getta
nell'acqua tre sassi, il mare diventa di cristallo e riflette
immagini di città. Grazie alle sue abilità,
la Fata Morgana riesce ad ingannare il navigante che, illuso
dal movimento dei castelli aerei, crede di approdare a Messina
o a Reggio, ma in realtà naufraga nelle braccia della
fata. La Fata Morgana non è altro che un fenomeno ottico
che si ammira spesso nello stretto di Messina e nell'isola
di Favignana a causa di particolari condizioni atmosferiche.
Guardando da Messina verso la Calabria, si vede come sospesa
nell'aria l'immagine di Messina e, viceversa, guardando da
Reggio Calabria verso Capo Peloro, si vede nello stretto Reggio.
La
storia di Mata e Grifone
A
Messina viveva una bella ragazza dalla grande fede cristiana,
figlia di re Cosimo II da Casteluccio; il suo nome Marta in
dialetto si trasforma in Matta o Mata. Verso il 970 dopo Cristo
il gigante moro Hassan Ibn-Hammar sbarcò a Messina,
con i suoi compagni pirati e incominciò a depredare
nelle terre in cui passava. Un giorno il moro vide la bella
fanciulla e se ne innamora, la chiede in sposa ma ottiene
un rifiuto. Ciò provocò l'ira del pirata che
uccise e saccheggiò più di prima. I genitori,
preoccupati, nascosero Marta, ma il moro riuscì a rapirla
con la speranza di convincerla a sposarlo. Marta non ricambiava
il suo amore trovando nella preghiera la forza a sopportare
le pressioni del moro. Alla fine, il moro si converte al cristianesimo
e cambia il suo nome in Grifone. Marta apprezza il gesto e
decide di sposarlo. La tradizione ci tramanda che furono loro
a fondare Messina.
La
leggenda del gigante Tifeo
E’
la leggenda che stabilisce che la Sicilia è sorretta
dal gigante Tifeo che, osando impadronirsi della sede celeste,
fu condannato a questo supplizio.
Con
la mano destra sorregge Peloro (Messina), con la sinistra
Pachino, Lilibeo (Trapani) poggia sulle sue gambe e sulla
sua testa l'Etna. Tifeo vomita fiamme dalla bocca. Quando
cerca di liberarsi dal peso delle città e delle grandi
montagne la terra trema.
La
leggenda del cavallo senza testa
Nasce
nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi
ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni
incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti.
Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse
un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza
ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate
le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici
che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo,
avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle
Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed
il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco
delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse
di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello,
quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei
movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo
senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda
fu confermata.
La
leggenda di Pippa la catanese
Popolana e lavandaia d’origine catanese, visse a cavallo
tra il XIII e il XIV secolo. Il suo vero nome era Filippa.
Giovanissima, diventa nutrice di Luigi, figlio di Roberto
d’Angiò e Violante d’Aragona. Allorché
gli Angioini furono cacciati dalla Sicilia e ritornarono a
Napoli, Pippa seguì la Corte. Nel 1343 sul trono salì
Giovanna I d’Angiò che aveva sposato il principe
Andrea d’Ungheria che volle essere consacrato re di
Napoli. I numerosi dissidenti facevano affidamento sull’antipatia
che la sovrana, innamorata del cugino Luigi duca di Taranto,
nutriva per il marito contro il quale fu ordita una congiura;
in effetti, Andrea fu strangolato. Il Papa, supremo signore
feudale sul Regno di Napoli, cominciò la caccia dei
congiurati; la prima ad essere indiziata fu Pippa che era
diventata confidente della Regina. L’ex lavandaia fu
atrocemente torturata, per farle confessare quanto sapeva
e la donna disse solo di sapere della congiura ma di non avervi
partecipato. Coloro che avevano assassinato Andrea restarono
impuniti.
Il clima della Sicilia - il ratto di Proserpina
Cerere, sorella di Giove e dea che aveva insegnato agli uomini
come coltivare i campi, era la madre della bella Proserpina,
amante dei fiori.
La
leggenda mitologica ricorda che un giorno di primavera il
Dio Plutone rimase colpito dalla vista della giovane Proserpina,
se ne innamora e la rapisce portandosela negli inferi. Plutone
era il più odiato fra gli dei, perché il suo
regno era quello delle ombre. Proserpina era morta con lui
e tutto ciò era avvenuto con il consenso di Giove.
Plutone, in onore della sposa, aveva creato la fonte azzurra
Ciana.Il ratto fu così improvviso che nessuno seppe
informare bene la madre della ragazza, Cerere che per tre
giorni e tre notti la cercò ininterrottamente per tre
giorni e tre notti. La verità le fu rivelata da Elios,
il dio Sole, che le confessò anche il consenso di Giove
agli eventi.
Alla
fine, Cerere si adirò e cominciò a far soffrire
gli uomini provocando siccità, carestie e pestilenze.
Gli uomini, privati dell’aiuto della Madre Terra, chiesero
aiuto a Giove. Ma Proserpina aveva gustato il melograno, simbolo
d'amore, donatole da Plutone e quindi a tuttii gli effetti
sua sposa, e non poteva più tornare definitivamente
da sua madre. Giove, commosso dal dolore della sorella, risolse
il problema decidendo che Proserpina stesse per otto mesi,
da gennaio ad agosto, sulla terra assieme alla madre; e per
quattro mesi da settembre a dicembre, sotto terra col marito
Plutone, creando così l’alternanza di due stagioni
nel clima della Sicilia. La leggenda spiega che Proserpina
risalga alla terra in primavera per portare all’isola
l’abbondanza e per poi scompare ai primi freddi invernali.
Gli
scongiuri del popolo siciliano
Tra
le credenze popolari c’è la convinzione che dei
poteri soprannaturali possono difendere e proteggere e per
questo esistono vari scongiuri: contro il malocchio, contro
varie malattie come quelle degli occhi e quelle esantematiche
dei bambini, contro gli animali nocivi e le tempeste e per
le questioni amorose. Buona parte di queste credenze popolari
sono oggi raccolte nel Museo Etnografico Siciliano a Palermo,
Museo fortemente voluto da Giuseppe Pitrè.
La
pantofola della regina Elisabetta
Maletto è in provincia di Catania. Quando nel 1603
i diavoli gettarono la regina dentro il cratere dell’Etna
sulla rupe "Rocca Calanna" cadde una pantofola della
regina Elisabetta.
Molto
tempo dopo, un pastorello ritrova tale pantofola, la volle
toccare, ma si bruciò.
Fu
chiamato un frate esorcista e la pantofola volò su
una torre del castello di Maniace, presso Bronte.
Nel
1799 tale castello fu donato dai Borbone all’ammiraglio
inglese Orazio Nelson, durante una festa da ballo a Palermo.
In quell’occasione una dama misteriosa, si dice il fantasma
della regina Elisabetta, donò a Nelson un cofanetto
contenente la fatidica pantofola; e gli raccomandò
di non farla mai vedere a nessuno.
Ma
l’amante dell’ammiraglio, Emma Hamilton, riesce
a trafugarla. La stessa notte l’ammiraglio vede in sogno
la misteriosa dama che gli ricorda che ha perso tutta la sua
nfortuna. Pochi giorni dopo Nelson morì nella battaglia
di Trafalgar, esattamente il 21 ottobre 1805.
La
leggenda della bella Angelina
Spiega il toponimo di Francavilla di Sicilia (ME)
La
leggenda popolare racconta della nobile fanciulla Angelina
di cui era innamorato il delfino di Francia. Questi, durante
il Vespro, la rapì ed Angelina raccomanda alla sua
ancella Franca di vegliare (Franca, vigghia!), per essere
pronte al momento dell’atteso segnale di partenza.
La
leggenda dei due fratelli
Spiega l’origine del monte Mojo, in provincia di Messina,
monte che ha l’aspetto di un cumulo di grano.
Essa
parla di due fratelli, di cui uno era cieco e l’altro
profittatore il quale, al momento della spartizione del grano,
cercava di imbrogliare il fratello cieco riempiendo il moggio
completamente quando toccava a lui e dal fondo quando toccava
al fratello cieco. Quest’ultimo, passando la mano sul
misero mucchio, si raccomandava agli occhi del Signore che
attuò le giuste vendette: alla fine della fraudolenta
spartizione una folgore bruciò il fratello ladro e
trasformò il mucchio di frumento nell’attuale
monte Mojo.
L’elefante di Catania
Il simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica
leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che
quando Catania fu abitata per la prima volta, tutti gli animali
feroci furono allontanati da un elefante al quale i catanesi,
per ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata
“liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro,
un dotto catanese dell’VIII secolo bruciato vivo nel
778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché,
non essendo designato vescovo della città, disturbava
le funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare
l’elefante di pietra.
Diverse
ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il
significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo.
Di
queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:
1)
quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò
come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;
2)
quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la
quale l’elefante è una statua magica costruito
in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.
Pietra
del mal consiglio
Ricorda gli eventi legati alla morte di Ferdinando il Cattolico
(23 gennaio 1516), quando il viceré Ugo Moncada rifiutò
di lasciare la carica e scatenò una guerra civile partì
da Palermo e che funestò la Sicilia per tre anni. A
Catania, dove la rivolta aveva numerosi seguaci, i nobili
ribelli scelsero per le loro riunioni un giardino nel piano
dei Trascini vicino un capitello dorico e un pezzo di architrave,
entrambi in pietra lavica.La lotta continuò finche
i fautori del Moncada non furono sconfitti. Il nuovo viceré,
Ettore Pignatelli, stroncò le ribellioni colpendo direttamente
e ferocemente i responabili. Il Senato della città,
a ricordo di questi avvenimenti, spostò i due avanzi
lavici: il capitello, da allora chiamato "Pietra del
mal consiglio" fu innalzato nel piano della Fiera (oggi
Piazza Università) mentre l’architrave fu sistemata
all’ingresso del palazzo della Loggia. La pietra del
mal consiglio nel 1872 fu posta nella corte del Palazzo Carcaci
ai Quattro canti. L’architrave si trova nel cortiletto
posteriore del teatro Massimo Bellini.
Il
Viceré e la Baronessa
Alla fine del XVI secolo don Marcantonio Colonna era viceré
in Sicilia. Quando giunse a Palermo si innamorò della
nobildonna Eufrosina Valdaura, moglie del nobile Calcerano
Corbera e baronessa del Miserendino. Il marito e il suocero
pronunciarono minacce contro il viceré durante un ricevimento.
Il viceré, temendo per la sua vita, fece arrestare
il suocero della baronessa per debiti non pagati; l’uomo
morì di li a poco nel carcere della Vicaria. Il marito
fu trovato ucciso. Dopo un breve periodo di lutto la baronessa
celebrò il suo amore con il viceré che fece
preparare alcune stanze su Porta Nuova per i loro incontri
amorosi e fece costruire una grande fontana nei pressi di
piazza Marina adorna di sirene, putti e creature marine dove
spiccava l’immagine di una sirena che ricorda l’effige
della baronessa Eufrosina del Miserendino.
La
leggenda di Jana di Motta
Nel 1409 Bianca di Navarra divenne Vicaria del regno, e il
Conte di Modica Bernardo Cabrera avrebbe voluto sposarla per
aumentare il suo potere. La regina Bianca non volle sposarlo
ed il conte la inseguì per tutto il regno. La regina
chiese aiuto al suo ammiraglio Sancio Ruiz de Livori che catturò
Giustiziere facendolo rinchiudere nel Castello di Motta. Una
congiura era in atto contro il Conte: Jana, una fedele e astuta
damigella della regina Bianca, d’accordo con l’ammiraglio
Sancio e della regina, si travestì da paggio e si fece
assumere dal conte convincendolo a tentare un’evasione
per cercare di sposare la regina Bianca. Il conte abboccò
e una notte, fattolo travestire da contadino, Jana lo fece
calare da una finestra del castello con una corda; ma ad un
certo punto, Jana mollò la corda,e il conte cadde dentro
una grossa rete preparata precedentemente dove rimase tutta
la notte; al mattino Jana, rivelatasi,lo fece imprigionare
al Castello Ursino di Catania.
Il
fiume di latte
A Catenanuova in provincia di Enna, ed esattamente in contrada
Cuba, esiste un’antica masseria che in passato fungeva
anche da albergo e da stazione di posta. Una lapide sotto
il balcone ricorda che in quella stazione pernottarono un
re e una regina nel 1714 ed il poeta tedesco Wolfgang Goethe
con l’amico e pittore Crisoforo Kneip.
La
coppia regale vi pernottò nel 1714 a causa del marchingegno
del cavaliere Ansaldi da Centùripe, il proprietario
della masseria-albergo, che voleva ossequiare personalmente
il re Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia dal 1713,
che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando
a Messina per tornare in Piemonte. Quando il corteo reale
stava per giungere alla sua masseria, il cavaliere ordinò
ai suoi dipendenti l’ordine di versare nel torrente
vicino tutto il latte che avevano munto quel giorno. Quando
il re fu avvisato dalle sue guardie, incredulo, volle assaggiare
e riconobbe che i suoi uomini avevano ragione. Il cavaliere
Ansaldi si rivelò ed ammise tutta la storia ed il suo
desiderio. L’invito fu gradito al re che alla partenza
nominò Ansaldi Capitano onorario delle Guardie reali.
L'isola
Ferdinandea
Fra
Pantelleria e Sciacca nel 1831 spuntò un’Isola
vulcanica.I fenomeni eruttivi si presentarono a metà
luglio per cessare nei primi di agosto quando l’isola
raggiunse il suo massimo sviluppo. Nella parte nord c’era
il cratere con due bocche eruttive dalle quali uscivano i
materiali vulcanici. L'eruzione durava da mezz'ora ad un'ora
ed era ad intermittenza. Cessata l'eruzione, le due bocche
del cratere si riempirono di acqua marina formando due laghetti.
L'analisi di questi laghetti dimostrò che erano formati
da acqua marina con sali ferrosi ed idrogeno solforato. All'isola
furono dati vari nomi (Sciacca, Nertita, Corrao, Hotham, Giulia,
Graham, Ferdinandea), ma ebbe una breve vita perché,
flagellata dalle onde, scomparire negli abissi.
La
grotta delle colombe
La
Grotta delle Colombe si trova a Santa Maria La Scala (frazione
di Acireale, in provincia di Catania) e raccoglie due leggende.
In base alla prima tale grotta era il rifugio segreto dei
due innamorati Aci e Galatea. L'altra racconta la storia della
ninfa Ionia che curava dei colombi che ogni inverno si rifugiavano
in questa grotta. Purtroppo altre ninfe invidiose ne ostruirono
l'entrata facendo morire i colombi e suscitando la disperazione
della ninfa che fece crollare la grotta rimanendo seppellita
insieme ai suoi amici.
La
leggenda della Zisa
A Palermo c’è il Palazzo La Zisa. Questo palazzo
fu costruito al tempo dei pagani e custodiva i tesori dell’imperatore.
Qui c’è un incantesimo per tutelare un tesoro
nascosto costituito da monete d’oro. Tale incantesimo
è stato fatto dai Diavoli che non vogliono che il tesoro
sia preso dai Cristiani. All’entrata della Zisa ci sono
dipinti dei diavoli: chi li guarda nel giorno della festa
dell’Annunziata (25 di marzo) vede che essi si muovono
e non si finisce di contarli. Non si conosce neanche l’esatta
quantità delle monete e nessuno è mai riuscito
a prenderle.
Il terremoto del 1693
A questo cataclisma sono legate due leggende catanesi: quella
di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa.
La
prima narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò
al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera
locale che gridò a Don Arcaloro di affacciarsi perché
gli doveva dire una cosa di grande importanza. Don Arcolaio
ordinò che la facessero salire. La vecchia strega confidò
al barone che quella notte aveva sognato Sant’Agata
che supplicava il Signore di salvare la sua città dal
terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi
rifiutò la grazia. Il Barone si rifugiò in aperta
campagna, dove attese che la profezia della strega si verificasse.
Un
vecchio quadro settecentesco di Salvatore Lo Presti rappresenta
il barone con l’orologio in mano in attesa dell’evento.
La
seconda leggenda è quella del vescovo di Catania Francesco
Carafa, capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice
che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito
per ben due volte a tenere lontano dalla sua città
il terremoto. Ma nel 1692 egli morì e l’anno
dopo Catania fu distrutta. L’iscrizione posta sul suo
sepolcro ricorda proprio tale evento ed il ruolo incisivo
delle sue preghiere.
Le
tradizioni religiose
La
leggenda della messa interrotta
Riguarda la distruzione di Gulfi (Rg) nel 1299.In base a tale
leggenda, dei soldati francesi penetrarono nella Chiesa dell’Annunziata
uccidendo i fedeli ed il sacerdote interrompendo la messa
durante l’elevazione del calice per poi andare a godere
dei frutti del loro saccheggio. Allo scoccare della mezzanotte
si sentì suonare messa nella stessa Chiesa ed appare
il prete col calice in mano seguito da tutti i fedeli. Come
trascinati da una forza misteriosa, tutti i soldati francesi
entrarono in Chiesa insieme ai fedeli uccisi, la messa ricominciò
dal punto in cui era stata interrotta; alla fine un turbine
scosse la Chiesa e fece aprire una voragine nel pavimento
dove precipitarono tutti i soldati francesi, voragine che
poi si richiuse su di loro.
La
leggenda del vascellazzu
Grazie
ai Vespri siciliani Messina e Palermo si liberano dal dominio
Angioino chiamando come re della Sicilia, nell’ordine,
Pietro III d' Aragona, Giacomo e Federico II d'Aragona. Prima
della pace di Caltabellotta, gli Angioini cercarono di riconquistare
le città perdute, soprattutto Messina. Roberto D'Angiò,
per conquistare tale città, mandò il suo esercito
a Catona e assediò Reggio Calabria, in modo da bloccare
gli aiuti per Messina che al momento era governata da Federico
II D'Aragona. La città soffriva una grossa crisi alimentare.
Nicolò Palizzi suggerì di andare da Alberto
da Trapani, già considerato Santo per dei grandi prodigi
che aveva effettuato. Il giorno seguente, Federico II e la
sua corte si diressero alla Chiesa del Carmine in cui Sant'Alberto
celebrava la messa. Egli cominciò a pregare ed alla
fine delle sue preghiere una voce dal cielo gli confermò
che le sue preghiere erano state esaudite: si videro arrivare
tre navi i cui equipaggi scaricarono del grano. I messinesi
si convinsero che le navi fossero state mandate dalla Madonna.
L’evento determinò la nascita della tradizione
del "vascelluzzo". Tutti corsero ai piedi del Santo
per ringraziarlo, lui li benedì e lì esortò
a credere in Dio e nella Madonna della Lettera. Qualche giorno
dopo arrivarono altre quattro navi cariche di vettovaglie.
Roberto d'Angiò capì che non poteva più
sconfiggere la città per la fame e si convinse ad arrendersi
e stabilì un trattato di pace con Federico II D'Aragona
La leggenda narra che in quei giorni accadde un altro prodigio:
una signora vestita di bianco passeggiava sugli spalti delle
mura con lo stendardo di Messina, un francese lanciò
una freccia contro di lei ma la freccia ritornò indietro.
Anche in questa occasione la Madonna della Lettera difese
Messina. Sant'Alberto morì nel 1307. Quando Federico
II fece alloggiare i suoi cavalli nel convento del Carmine,
trasformando in stalla la chiesa in cui era il Santo era sepolto,
un male misterioso portò alla morte i cavalli ed i
soldati. Aprendo la tomba di Sant'Alberto, questi fu trovato
in ginocchio per chiedere la punizione per i profanatori.
Il
miracolo di Suor Eustochia Calafato
Tale
miracolo avviene a Messina, esattamente nel monastero di Montevergine
ed al cadavere di tale suora morta del 1491: le crescono le
unghie e i capelli che ogni anno, nel giorno a lei dedicato,
le vengono tagliati. Esmeranda Calafato nacque nel 1837. Nonostante
fosse una ragazza molto bella ed appartenente ad una ricca
famiglia, si dedicava esclusivamente alla vita spirituale.
Nell'adolescenza un giovane signore si innamorò di
lei, ma la ragazza, per evitare le tentazioni, entrò
nel monastero di Basicò. Non contenta delle ristrettezze
e della vita spirituale di quel monastero, ottenne dei soldi
da un ricco zio per fondare il monastero di Montevergine.
Si dice che il suo spirito avverta le suore della loro prossima
morte parecchie settimane prima attraverso un rumore cupo.
La
Madonna dei Mirti
Nella campagna di Villafranca Sicula (AG) esiste una chiesetta
dedicata alla Madonna dei Mirti la cui origine è spiegata
da una leggenda locale. Un vecchio frate stava rientrando
al suo convento di Bugio recando sul suo asinello due quadri
sacri, di cui uno dedicato alla Madonna. Quando fu nei pressi
del convento, si accorse di aver perduto proprio tale quadro.
Ritornando
sui suoi passi, lo ritrova dentro un cespuglio di mirti. Arrivato
al convento raccontò agli altri frati l’avventura;
ma, quando volle mostrare il quadro in questione, esso scomparve
per la seconda volta per essere nuovamente ritrovato dentro
lo stesso cespuglio di mirti.Si capì che la Madonna
voleva essere onorata in quel punto e così fu costruita
la chiesetta.
San
Corrado Gonfalonieri
Il Santo Patrono di Noto è tale santo d’origine
piacentina che si ritirò a vita eremitica a Noto, dove
visse dal 1343 fino alla morte nel 1351.Ttra i suoi miracoli
c’è quello di avere allargato la sua grotta a
forza di spallate Si dice che le campane delle chiese, alla
sua morte suonarono da sole.
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